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From bean to brew, Starbucks inizia ad usare la Blockchain per tracciare i chicchi di caffè. Italia, batti un colpo!

From bean to brew, Starbucks inizia ad usare la Blockchain per tracciare i chicchi di caffè. Italia, batti un colpo!

Ottobre 15, 2020

Lo sapevate che da qualche settimana Starbucks permette ai suoi clienti di tracciare l’intera catena di fornitura del loro caffè? Se una roba del genere fosse stata solamente immaginata appena qualche anno fa, sarebbe sembrata una follia… e invece!

Secondo Bloomberg, infatti, la catena americana ha implementato uno strumento di tracciamento basato su una Blockchain, per spingere il tracciamento del caffè e quindi poter tracciare l’intero processo di produzione, dal chicco fino al negozio.

Le informazioni sulla soluzione di tracciabilità non sono ancora tantissime, si sa tuttavia che i clienti sono in grado di scannerizzare i codici sui sacchetti di caffè che acquistano per scoprire le loro origini.

Secondo Michelle Burns, vicepresidente senior di Starbucks, i clienti che acquistano caffè nei suoi negozi negli Stati Uniti potranno utilizzare il codice per conoscere:

  • provenienza dei chicchi,
  • luogo di tostatura,
  • consigli per la preparazione dai baristi.

Inoltre, i coltivatori avranno a disposizione un codice inverso che permetterà loro di rintracciare la produzione.

“Abbiamo appena iniziato”

“Siamo stati in grado di rintracciare ogni caffè che acquistiamo da ogni azienda agricola per quasi due decenni. Questo ci ha permesso di avere le basi per costruire ora uno strumento di facile utilizzo, orientato al consumatore, che certamente fornisce ai nostri clienti la fiducia e la sicurezza di sapere da dove proviene tutto il nostro caffè”, ha detto Burns in un’intervista a Bloomberg.

Il sito web di tracciabilità è accessibile da qualsiasi computer portatile o desktop e il codice può essere inserito anche manualmente. Questo permetterà ai coltivatori di capire dove finiscono i loro chicchi.

“Quello che ci hanno detto è che non sapevano dove andava il loro caffè, in quale miscela andava”

ha detto la signora Burns.

Lo strumento non è ancora disponibile per i sacchetti di Starbucks acquistati al di fuori dei negozi autorizzati o a livello di tazza. Quando le è stato chiesto se l’operatore della catena del caffè aveva in programma di espandere la sua attività, ha risposto: “Abbiamo appena iniziato”.

Il nuovo strumento permetterà quindi a Starbucks di condividere con i propri clienti i dati di tracciabilità che la più grande catena di caffetterie del mondo raccoglie da oltre un decennio. Aiuterà inoltre l’azienda ad attrarre giovani consumatori attenti alla sostenibilità, molti dei quali si sono riversati in piccoli negozi artigianali dove il caffè viene tostato sul retro del negozio.

I consumatori sono sempre più interessati a sapere da dove proviene il loro cibo, come è stato coltivato e se è stato prodotto in modo sostenibile ed etico. Questo costringe alcune delle più grandi aziende alimentari e commercianti di materie prime agricole del mondo ad essere più trasparenti sulle loro catene di approvvigionamento. E per questo, si stanno rivolgendo alla tecnologia.

Possibili difficoltà nel tracciamento

Rintracciare il caffè a livello dei coltivatori ha le sue sfide.

I chicchi provenienti da diverse aziende agricole possono confondersi lungo la catena di approvvigionamento. Per Starbucks, ciò significa che alcuni sacchetti, come quelli che contengono miscele, saranno rintracciati a livello di paese. Altri saranno rintracciati fino alla regione in cui i fagioli sono stati coltivati, la comunità che ha consegnato in una certa stazione di lavaggio, o anche fino all’agricoltore stesso, nel caso di confezioni mono-origine.

“Andiamo il più a fondo possibile”, ha aggiunto la Burns, aggiungendo che Starbucks è in grado di rintracciare anche i fagioli che acquista dai commercianti, poiché questi ultimi richiedono le ricevute per ogni transazione.

La direzione è ormai tracciata, il mondo del food è sempre più orientato ad utilizzare la tecnologia per certificare i loro processi di produzione e poter garantire una filiera controllata e certificata.

In Italia, nonostante il nostro know-how è a livelli altissimi, siamo ancora un po’ indietro in termini di consapevolezza che la tecnologia possa essere di grande aiuto, persino nel mondo del food: forse, però, l’esempio di queste multinazionali che stanno scegliendo di andare verso questa direzione può indirettamente convincere anche le aziende italiane a fidarsi (ed affidarsi) della tecnologia per migliorare il loro business.

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